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Immersioni in Italia - Sardegna-Nord Ovest - Porto Torres e Castelsardo-Il relitto del Gazzella
  
Immersioni in Italia - Sardegna >> Nord Ovest - Porto Torres e Castelsardo
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  Il relitto del Gazzella
Il relitto del Gazzella

Il contesto storico
Estate 1943. L’Italia sta affrontando uno dei momenti più bui dalla sua nascita. Nonostante i vari avvenimenti di grande interesse storico, le navi della Regia Marina continuano il loro ingrato compito. Il 10 luglio 1943 scatta l’operazione Husky. Gli alleati sbarcano in Sicilia dopo aver già conquistato le isole di Pantelleria e Lampedusa. Il 25 luglio Mussolini viene arrestato, al Duce succede il Maresciallo Badoglio come capo del governo, l’intero paese è allo sbaraglio, le forze armate continuano la loro guerra affianco dell’alleato tedesco, sapendo comunque che la guerra per l’Italia è persa, e che manca poco alla resa.
In questo contesto storico si consuma una delle tante tragedie della seconda guerra mondiale, quella della corvetta C20 Gazzella di base alla Maddalena, costata la vita a 100 dei suoi uomini, che riposano ora nel golfo dell’Asinara a 3 miglia da Punta Tramontana (Castelsardo).

L’affondamento
Il 5 agosto del 1943 la corvetta C20 Gazzella, partita dalla Maddalena assieme alla corvetta gemella C42 Minerva, è diretta a Porto Torres per una missione di caccia anti sommergibile (compito principale di queste unità), al largo dell’isola dell’Asinara. Le corvette vengono autorizzate dal Comando Marina a rientrare alla Maddalena. L’appuntamento con il destino è alle 05:08 del mattino del 6 agosto. Il Gazzella incappa in una mina di un nostro sbarramento, l’unità si spezza in due ed affonda in meno di un minuto. Al comando della corvetta in quel momento c'è il comandante in seconda dell’unità, che secondo le testimonianze del comandante Arrigo Montini classe 1912, intervistato dagli alti comandi della Marina Militare nel 2002 e dal Mondo Sommerso Explorer Team nel 2005, ha dichiarato che il comandante in seconda finì con la nave sullo sbarramento posato qualche giorno prima dai posamine Pommern e Branderburg, perché era volontariamente voluto uscire dalle rotte sicure imposte dal comando Marina della Maddalena, condannando cosi l’unità a morte certa. Nella sua testimonianza il comandante Montini ha dichiarato di aver tenuto, prima di ritirarsi nella sala nautica, un briefing in plancia (con il secondo, alla presenza dell’ufficiale di rotta GM Riccioti e il direttore del tiro), sottolineando al comandante in seconda la necessità di seguire le rotte di sicurezza, sicuramente più scomode rispetto al tagliare il golfo e dirigere direttamente verso La Maddalena.

Cosa affondò il Gazzella?
La corvetta C20 Gazzella finì sicuramente su una mina o di tipo italiano P200 o di tipo tedesco GO. Dagli archivi si sa che i posamine tedeschi Pommern e Brandeburg posizionarono i primi di agosto un nuovo sbarramento di mine. Durante quell'estate, visto l’andamento della guerra e le vicende dello sventurato alleato, i posamine decisero di minare con nuovi sbarramenti tutte le spiagge e i tratti di mare che gli alleati potevano usare per invadere il territorio italiano. Non fu mai specificato nè che tipo di mine fu posizionato nè in quale posizione esatta. È confermato che in quei giorni le informazioni passate dai tedeschi agli italiani erano poche e confuse, visto che consideravano l’alleato ormai ex.
Le mine ad ormeggio rappresentavano la stragrande maggioranza e la profondità di quest’arma era configurata in base all’obiettivo: una mina antisommergibile era normalmente regolata per una profondità di 8 o 9 metri mentre una mina antinave era regolata per 3 o 4 metri dalla superficie del mare. La limitata marea presente nel Mediterraneo facilitava l’installazione degli ordigni. Le mine erano alla mercè delle intemperie e le rotture più comuni erano causate dalla spezzatura del cavo d’ormeggio. Mine alla deriva potevano galleggiare per più di un anno fino a che la vegetazione subacquea non ne causava l’affondamento, o finchè non incontravano sul loro cammino una povera vittima.
La P200, mina italiana ad ancoraggio automatico, con accensione elettrica e carica da 200 kg d’esplosivo, durante la seconda guerra mondiale rappresentò una testa di serie dell’ingegno italiano. Introdotta nel 1936 rappresentava una temutissima minaccia, ma quasi subito dopo la Regia Marina si rese conto che le nostre mine non bastavano ed era necessario integrare con mine tedesche.
Per la posatura delle mine, la Marina utilizzò varie unità tra i quali traghetti, posamine, sottomarini ed incrociatori. Quasi tutte le unità erano equipaggiate con rotaie, dette ferroguide, che permettevano lo scorrimento della mina su rotelline e facilitavano il movimento dell’arma verso la poppa, da cui erano generalmente posate. Con l’introduzione delle mine tedesche le ferroguide italiane dovettero essere modificate a causa dello scartamento diverso. Pare che i tedeschi richiesero la saldatura delle ferroguide, che normalmente erano rimovibili, così da ridurre la possibilità di deragliamenti, detti inceppamenti. Naturalmente, una volta saldate, le ferroguide non potevano più accettare mine italiane.
Tutte le mine erano marcate con un numero di serie che permetteva una facile identificazione. Le mine trovate alla deriva erano prima identificate e poi distrutte. Usando il numero di serie le autorità navali potevano identificare l’origine dell’arma ed eventualmente riparare il campo minato.
Le mine sono armi non discriminatorie che possono colpire sia gli alleati che i nemici, e per questo i campi minati italiani erano di norma ben documentati e, soprattutto all’inizio del conflitto, adeguatamente pubblicizzati.
I successi raggiunti sia dai campi minati offensivi sia da quelli difensivi dovrebbero essere considerati adeguati. Di rilevanza è il numero di sottomarini inglesi affondati dai campi minati italiani. Non va dimenticato inoltre che la famosa forza H di base a Malta fu quasi completamente distrutta da un campo minato italiano.

Il ritrovamento
Avviene grazie alle ricerche da parte del Batrokos Diving di Castelsardo, i primi ad immergersi sul relitto.
Nel 2002 la segnalazione da parte dei responsabili del diving porta all’intervento della Marina Militare, che, dopo un sopralluogo iniziale, torna nel 2004 per una vera e propria operazione di bonifica del relitto dalla maggior parte degli ordigni presenti.

Le immersioni
Nel settembre 2002 i responsabili del Batrokos Diving si presentano al reparto alla Maddalena. Descrivono abbastanza bene la nave, la sua condizione, i punti d’accesso all’interno del relitto e il suo orientamento, ma non torna il conto delle Bas (bombe anti sommergibile ) - ne hanno contata qualcuna in meno, ma poco male.
Qualche settimana dopo siamo a Castelsardo, il tempo non è a nostro favore e dovrò aspettare un altro mese prima di vedere il Gazzella. Ne approfittiamo per andare a Nuchis a far visita a il sopravissuto del Gazzella, Clemente Lutzu, che nel 1943 era uno dei segnalatori, scampato al naufragio grazie al permesso datogli direttamente dal primo, che aveva scavalcato il secondo, descritto da Lutzu come una persona severa e rigorosamente attaccato al senso del dovere.
La mia prima immersione, risale all’ottobre del 2002, dopo il sopralluogo presso il Batrakos Diving con il Nucleo Sdai di La Maddalena, appena trasferito in Sardegna. Dopo numerose immersioni sui relitti della Liguria non ho nessuna intenzione di perdere altro tempo in una settimana di licenza. Con la telefonata alle 22:00 al mio amico Mario scatta la voglia di andare subito a vedere quel relitto di cui avevo letto tanto. Sapevo che in quella zona era scomparsa una corvetta della Marina, durante la seconda guerra mondiale, ma non c’era mai stata l’occasione per organizzare un’immersione e gli impegni di bordo mi tenevano sempre fuori casa. Ma ora il relitto era alla mia portata ogni fine settimana.
Siamo fuori in mare il giorno dopo, abbiamo 2 bibombola caricati con aria e sul gommone un bombolone d’ossigeno con arghile per la decompressione. Arrivati in zona si inizia a scandagliare e dopo poco tempo ecco un chiaro segnale che il relitto è là, sotto di noi! Si va giù a controllare se siamo esattamente sul punto. Durante la discesa non vedo niente, solo un bellissimo blu intenso. In meno di 2 minuti sono a 58 metri sul fango, sicuramente abbiamo scarrocciato durante il tempo perso per lanciare il nostro pedagno mobile. Pazienza, il relitto è là, dal pedagno rilasciato stendo circa 30 m di cima dal reel, inizio a descrivere un cerchio e dopo poco più di 5 minuti incontro quelli che potrebbero essere dei resti di un relitto sulla mia destra. Decido in un secondo di seguirli ed ecco che i resti sparsi aumentano, fino a quando, all’improvviso, di fronte a me intravedo una grossa macchia scura. La raggiungo: è la murata del relitto. Risalgo a quota 48 metri, sono in coperta, mi accolgono le mitragliatrici binate1 da 20 mm puntate verso il cielo. Dirigo verso la mia destra ed incontro un tubo lanciasiluri con il siluro 450 WH al suo interno. Arrivo a poppa: la nave è carica zeppa di Bas… spettacolo! Mi rendo conto ora che ho percorso il lato sinistro della nave, da centro nave a poppa. Ormai il tempo è quasi scaduto, sono trascorsi 20 minuti. Inizio a risalire, ma nel frattempo dò volta ad un capo del sagolino della manichetta da corallaro in coperta, sulla parte alta dello scaricatore delle Bas, e lancio il pallone che scorre veloce verso la superficie. Siamo al 21esimo minuto, per oggi basta – abbiamo ancora 90 bar nel bibo.
A 30 metri mi aspetta la prima tappa di 1 minuto, e cosi via di 3 in 3. Ai 18 metri mi arriva incontro mio fratello, faccio un cambio di bombola e proseguo la deco un po’ più tranquillo, 200 bar sono meglio di 70. Ai 6 metri trovo l’"arghile'"2 dell’ossigeno pronto, poi gli ultimi 20 minuti di deco, che interrompo con un solo break-air3 a 10 minuti. In quei minuti il pensiero va verso la superficie, non vedo l’ora di raccontare cosa ho visto: in che stato si trova il relitto, la vita marina… faccio gesti e segnali, ma non sono sufficienti a descrivere le sensazioni provate in quei pochi 20 minuti da solo, a poco più di 50 metri di profondità. Il timer indica 74 minuti totali e, finita la lunga deco di 54 minuti, per ulteriore garanzia faccio un ulteriore stop a 3 metri, finalmente a 77 minuti in totale sono fuori, ora posso raccontare quella fantastica immersione in solitaria.
Le immersioni sul Gazzella si susseguono con costanza almeno mensilmente, ma non ci accompagna nessuno. Nel gennaio 2004 io e mio fratello apriamo I Sette Mari, associazione sportiva che ha tra gli obiettivi principali la formazione, l’educazione e l’esplorazione. Si decide con il tempo di iniziare ad accompagnarci i primi sub.

Nel mese di maggio del 2004 bonifichiamo il relitto con la Marina Militare. Partecipano i reparti di La Maddalena, Cagliari, e Nave Anteo e si effettuano numerosissime immersioni per più di 20 giorni, compresa una saturazione di ben 10 giorni consecutivi. Al termine dei lavori sono distrutte 42 Bas e 2 siluri 450 WH, il tutto preservando il relitto e permettendo così ai futuri subacquei tecnici di poter andare a godere delle bellezze di uno dei più bei relitti del Mediterraneo. Restano le Bas all’interno dello scarica-Bas di poppa – sono circa una ventina, incastratissime. Purtroppo per estrarle bisognerà aprire lo scarica-bombe, rovinando l’aspetto caratteristico delle corvette italiane della seconda guerra mondiale. Alcuni articoli anche recenti dichiarano il relitto armato con i siluri, ma prima di scrivere avrebbero dovuto consultare la Marina Militare: infatti, all’interno dei tubi lancia-siluri, è presente solo il corpo dei siluri mentre le teste in guerra4, per un totale di quasi “270” kg di TNT, sono state fatte brillare durante la bonifica eseguita dalla Marina Militare nel 2004. La Marina infatti ha fatto di tutto per preservare l’estetica del relitto e per non deturpare ciò che attualmente rappresenta: la tomba dei nostri colleghi che, più di sessanta anni fa, si trovarono travolti dagli eventi tragici della seconda guerra mondiale.

Nell’estate 2009 degli amici mi contattano per effettuare alcune immersioni sul Gazzella: sono Laura Pasqui e Daniele Gualdani, Tech 2 Gue, che realizzeranno qualche scatto sul relitto. Daniele e Laura si immergono sul relitto il 18, 19 e il 20 agosto, con tempi di fondo di 45 minuti circa ed un run time di 110 – 120. Laura è la fotografa del team. Ci si concentra sul relitto una zona alla volta, mentre l’ultimo giorno si fa un giretto all’esterno del relitto. La visibilità è quasi sempre buona ma non ottimale - nonostante ciò Laura realizza delle bellissime foto.

Tra le immersioni più belle c’è quella fatta il 31 luglio 2009. La sera del 30 luglio, al mio rientro a casa dopo aver terminato il corso Trimix diver 70 a Ben, mi telefona un vecchio amico, Max. Non ci vediamo ormai da tempo, da dopo l’ultima immersione assieme in Sicilia sul Laura C. Max mi informa che si trova di passaggio all’isola Rossa e mi chiede se mi va di accompagnarlo sul Gazzella. Detto è fatto: il giorno dopo alle 08:00 siamo a Sorso presso il Diving I Sette Mari e prepariamo le best mix per il fondo sui 15+155, un 18/456, preparati con la centralina a flusso continuo della LM.NT di Enzo Maldari7. Si caricano anche 2 7lt per allungare i tempi di fondo con il 18/45, mentre per la decompressione utilizzeremo un S80 per l’Ean 50 e un S40 per l’ossigeno puro. Calcoliamo 40 – 45 minuti di fondo con il V-Planner ed otteniamo un run time finale di circa 120 minuti.
Arrivati sul posto con il fido barcaiolo Mario posizioniamo subito il pedagno sulla sabbia tra il troncone principale e la prora. Dopo 10 minuti siamo in acqua, io ritardo un’attimo in discesa, sto lottando con la videocamera, dò un’occhiata verso il basso e dopo una iniziale sospensione a 35 m è visibile il relitto. Iniziamo a visitare la prora, l’ancora che è ancora nell’occhio di cubia, il cannone da 100 mm perfettamente allineato con il dritto prora… Sembrerebbe tutto a posto se non fosse per il fatto che un’esplosione violentissima, l’ha staccata di netto dal resto della nave. Nuvole di saraghi maggiori, fasciati e pizzuti di taglia considerevole girano tutta attorno alla prora con preferenza sull’ammasso dei rottami, che hanno dato vita a numerosissime tane. Le aragoste fanno capolino praticamente da ogni buco, nel paracolpi del 100 mm ci saluta una fantastica musdea, per niente preoccupata di noi, continua indifferente ad esibirsi, dopo tutto ormai ci conosce da tanto tempo.
Ci spostiamo sul troncone principale, dove la zona d’impatto con la mina è evidente: la detonazione non ha lasciato scampo a nessuno di coloro che, sessant’anni prima, stroncò 100 vite. In questa parte del relitto la violenza della guerra viene fuori in tutti i suoi drammatici aspetti: tutti gli alloggi sono praticamente saltati in aria, la plancia è collassata completamente sulla tuga, sono riconoscibili il fumaiolo e una delle scalette interne, tipiche di una unità militare, ormai aperta ed unico punto di accesso all’interno del relitto. La penetrazione non è assolutamente appagante e si presenta molto rischiosa - i particolari da notare sono numerosissimi: elmetti, documenti, scarponi, bottiglie, libri, e tant’altro.
Superata la zona della plancia si presenta uno spettacolo mozzafiato. Sulla tuga, bellissime e con le canne puntate ancora verso il cielo, ecco le mitragliere binate da 20 mm, che servivano per il fuoco di sbarramento antiaereo. Sia a dritta che a sinistra sono ancora in posizione i tubi lancia-siluri, inclinati di circa 30° rispetto allo scafo. La loro posizione indica che la nave era ancora in caccia o comunque ai posti di combattimento: infatti, com’era usanza sulle navi della Regia Marina, tutte le armi venivano riposte in posizione di navigazione di trasferimento. Ovviamente non ci sono più le teste in guerra, che sono state fatte brillare nel 2004.
Dirigiamo a far visita alla zona delle cucine sul lato dritto del relitto. Quello che si vede è sconvolgente: tutto è al suo posto, resti umani che ogni volta portano ad una continua riflessione. A poppa incontriamo i lanciatori pneumatici delle Bas, tutti ormai sprovvisti; lo scarica Bas poppiero è armato, ma per fortuna nessuno può metterci mano.
Si scende sulla poppa, e si visitano il timone e le eliche, perfettamente poggiate sul fondo sabbioso. Abbiamo ancora qualche minuto e torniamo indietro verso il pedagno mobile, allo scattare del 45’ iniziamo a risalire, siamo vicini al pedagno che ci guiderà verso la superficie - ci attendono 70 minuti abbondanti di decompressione. Nonostante le numerose immersioni sul Gazzella, ogni volta sembra sempre la prima - infatti il relitto non manca mai di regalare qualche nuova emozione.

C20 Gazzella caratteristiche tecniche
Il Gazzella era una corvetta classe Gabbiano, il cui compito principale era la caccia ai sommergibili;  in gergo tecnico era una unita antisom.
La nave fu improntata il 20 gennaio 1942, varata il 9 maggio 1942, consegnata alla Regia Marina il 6 aprile del 1943, e destinata alla squadriglia corvette di base alla Maddalena. Fu armata con cannone anti-nave da 100/47 mm a prora, tre mitragliere da 20/70 singole nella zona prodiera, due mitragliere binate da 20/65 mm posizionate a centro nave sulla tuga. Sempre in tuga, uno a dritta ed uno a sinistra, troviamo i tubi lancia-siluri armati con siluri da 450 costruiti da silurifici italiani.
I silurifici operanti in Italia nel 1940 erano tre:
• Silurificio Whitehead di Fiume, la più antica fabbrica di siluri del mondo (iniziò l’attività nel 1860)
• Silurificio Italiano di Baia-Napoli, in attività dal 1915
• Silurificio Motofides, sorto a Livorno nel 1937 come stabilimento ausiliario di quello di Fiume.
A bordo erano imbarcati ben otto lanciatori singoli di Bas (bomba anti sommergibile), e due scarica-bombe Gatteschi.
Il Gazzella sviluppava circa 18 nodi di velocità, spinto da due motori diesel Fiat M407 da 1750 HP.
Nella sua breve carriera operativa percorse 8847 miglia in 930 ore di navigazione.

Il luogo
Il Gazzella è situato a 3 miglia da Punta Tramontana, perfettamente in mezzo tra Castelsardo e Sorso. Questi due luoghi sono molto diversi e caratteristici.

Castelsardo è un borgo medioevale su un’alta collina, con in cima un castello stupendo e fotogenico. Il borgo fu fondato dai Doria nel 1102 con il nome di Castelgenovese, mutato poi in Castelaragonese nel 1448. Nel 1769 per volontà dei Savoia prese il nome di Castelsardo. Grazie alle spiagge della frazione di Lu Bagnu il bellissimo borgo rappresenta una delle mete turistiche ambite della Sardegna.

Sorso è da alcuni anni uno dei punti di riferimento per la subacquea nazionale, grazie all’apertura dell’ASD I Sette Mari.
Nel territorio di Sorso esistono moltissimi testimonianze di tipo archeologico e monumentale. Il periodo preistorico è documentato da diverse domus de janas, quello nuragico dai numerosi nuraghi. Come gran parte della Sardegna, Sorso ha avuto contatti con popolazioni del Mediterraneo come i Cartaginesi, ma soprattutto con i Romani.
La regione in cui si trovano Sorso e il vicino Sennori è denominata “Romangia”. L’origine del nome è facile, “terra romanizzata”, abitata appunto dai romani, per distinguerla dalla “barbaria o barbagia”. Fra le testimonianze più importante ci sono la colonia romana Turris Lybissonis (odierna Porto Torres) in località Santa Filitica sul mare e i resti di una villa romana (II° DC), la cui rilevanza può essere colta dai mosaici esposti al palazzo Baronale, al confine con Castelsardo. Di grande interesse inoltre è il relitto di una nave romana rinvenuto nelle acque di Maritza.

La cittadina di Sorso, secondo una nota leggenda, sarebbe stata fondata nel V° secolo e il suo capostipite sarebbe un certo Gelidon (o Gelithon). Entro l’anno 1000 entrò a far parte del giudicato di Torres. Nei primi decenni del XV secolo gli aragonesi cedettero la concessione feudale alla famiglia Gonario Gambella. Rosa Gambella assunse il potere sulla cittadina intorno al 1400 e diventò moglie del Vice Re di Sardegna Ximen Perez. Dopo numerose denominazioni il periodo feudale terminò nel 1836. Di grande interesse storico il palazzo Baronale di Sorso.
La Romangia è una sub regione dell’Anglona, della quale Sorso è il centro più grande. L’abitato è situato a 136 m sul livello del mare, dal quale dista appena 3 km; gode così di una rilevante collocazione paesaggistica sul Golfo dell’Asinara.
Sono presenti sul territorio una fascia di pineta e delle spiagge molto estese, dove sorgono numerosi insediamenti turistici. La costiera sorsense è lunga circa 18 km: in massima parte è spiaggia di sabbia finissima con acque poco profonde che degradano dolcemente, rendendo così la balneazione sicura.
Tra le attività sportive più praticate il surf casting, le cavalcate, il kite surf, e ovviamente le immersioni subacquee. Il settore diving è completamente gestito dall’ASD I Sette Mari, che, negli ultimi anni, ha riscoperto numerosi punti d’immersione su tutto il territorio di Sorso, realizzando un vero e proprio sentiero subacqueo, con secche di interesse fotografico, con relitti di grande valore storico, zone d’interesse archeologico, località per lo snorkeling, e secche profonde per i sub più esperti. Risale a quest’estate il ritrovamento sul canyon di Castelsardo della Secca del corallo, (denominata cosi dal team del diving che ha localizzato il sito) che con un cappello a circa 65 metri si porta oltre i 100 metri di fondo.

Il Diving
E’ possibile immergersi sulla corvetta C20 Gazzella guidati dalle esperte guide della ASD I Sette Mari, ormai in pieno servizio technical diving. Il diving è centro di formazione Istruttori Trimix Scuba Association, fino al Trimix 95, e centro di formazione Istruttori Nase Italia. Oltre allo showroom in paese con le migliori marche, è presente sul mare con una base nautica di 110 metri quadrati, a 5 m dal mare in località la Tonnara (Sorso), con tutti i comfort per i suoi soci. Le uscite in mare sono assicurate da 2 gommoni da 6,50 m, sono sempre presenti a bordo il barcaiolo (in possesso dei brevetti di assistente di superficie, CPR-FA, patente nautica), un assistente alla vestizione, un Safety Diver e una guida.
Oltre alle immersioni sul Gazzella il centro accompagna sui seguenti relitti: A. Podesta (55-66), Albatros (57-60), Number One (34-39). Numerose le secche di mare aperto tra cui la Secca di Castelsardo (11-45), Secca algherese (34-54), Schiena di cavallo (33-50), la Parete del corallo (65-100).

Guida pratica
Grado di difficoltà: medio alto
Brevetto richiesto: Tek Deco Diver 50, superiore o equivalente
Profondità media: 52 m
Durata navigazione: 7 minuti, accesso a mare da località la Tonnara (Sorso)
Fondo: sabbia
Corrente: praticamente sempre debole o assente
Visibilità: buona
Reti: solo una sullo specchio di poppa
Note: uno dei più bei relitti del Mediterraneo - da non perdere per i Wreck Divers! 

Le conclusioni personali
La storia del Gazzella ha quasi dell’assurdo: saltare su un proprio campo minato! Apparentemente la verità sembra svelata: il terribile secondo della nave, disobbedendo agli ordini del comandante, ha condannato se stesso ed altre 99 persone, ma a mio parere personale, purtroppo non si può dopo più di sessant’anni affermare chi ha la colpa e chi è innocente. Gli eventi della guerra in quel determinato periodo storico erano più che drammatici, a bordo si aspettava da un momento all’altro l’annuncio di un armistizio con gli alleati che iniziavano a risalire la penisola, il governo era ormai scomparso, il morale degli equipaggi era basso, tutti avevano combattuto e perso tanti amici sul mare; inoltre la marina tedesca ormai non informava più i comandi marina di dove venivano posate le mine (visto che a posarle erano posamine tedeschi che posavano mine tedesche, l’Italia aveva già terminato la sua scorta nel 1943).
Dalle testimonianze del comandante Montini e del segnalatore Luztu si condanna senza dubbio il secondo. Durante la mia ricerca storica sulla vicenda sono venuti alla luce altri fatti:
1) le corvette in missione, come tutte le navi militari della seconda guerra mondiale, navigavano in linea di fila. Quindi la domanda: se il Gazzella è finito sul campo minato, il Minerva che viaggiava a breve distanza dove stava? Perché non avvisò la sua gemella? Ma soprattutto come ha fatto a prestare assistenza ai naufraghi all’interno di un campo minato? Purtroppo non sono riuscito a trovare testimonianze di membri dell’equipaggio del Minerva.
2) Lo stesso posamine tedesco Pommern qualche mese dopo affonda finendo su una mina, che, per ironia della sorte egli stesso aveva posato. Il posamine non è mai stato trovato
3) Durante la seconda guerra mondiale e subito dopo sono moltissime le mine ancorate che, una volta rotto l’ormeggio, diventavano mine alla deriva. Posso garantire che le mine non conoscono alleati o amici. Sono tante le navi che affondano finendo su mine alla deriva, quindi chi dice che lo sfortunato secondo non sia finito su una mina alla deriva che spinta dalla brezza di terra, caratteristica della zona, si sia trovata sulla rotta della corvetta?
4) Il secondo di una unità navale della Marina, allora Regia Marina, non commette leggerezze di questo genere - si attiene alle disposizioni imposte anche non approvandole, si occupa del personale e del servizio a bordo, gestisce gli altri ufficiali. Non solo: è lui che porta al comandante la situazione globale di bordo, sulla quale il primo prende le sue decisioni. Possibile che una persona con tale incarico si possa essere addentrato volontariamente all’interno di un campo minato segnato sapendo benissimo a cosa andava incontro?
5) Nell’agosto del 1943, la Germania ormai non faceva più affidamento sugli Italiani (come del resto aveva fatto per tutta la durata della guerra). Per prevenire sbarchi alleati vennero minate tutte le possibili zone di sbarco alleato: possibile che vennero posate mine sulle rotte di sicurezza delle nostre navi?

Il dramma della guerra, il fascino di ricordare e riscoprire… tutto questo ci fa provare sempre nuove emozioni, ed è questo che spinge tantissimi wreck divers, come me, ad esplorare a volte l’ignoto.

 

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Marco Occulto
 Note a pié pagina
(1)  1. le mitragliatrici da 20 mm con due bocche da fuoco
(2)  2. attrezzo sub costituito da bombolone ossigeno ridutrice ed 2° stadi solitamente 2 con frusta lunga almeno 6 m
(3)  3. pausa di circa 2/3 minuti respirando aria (ora si respira la miscela più ipossica), dopo aver respirato per 12/13 minuti ossigeno puro (ciclio ad ossigeno)
(4)  4. il siluro e' composto da 5 parti principali; 4 di queste servono per la sua navigazione verso il bersaglio, e l'alimentazione, mentre solo la testa contiene l'esplosivo con la spoletta (sistema che innesca la catena), quindi il termine testa in guerra vuole indicare la testa del siluro armata (pronta ad essere lanciata contro eventuali bersagli)
(5)  5. bibombola composto da due bottiglie da 15lt collegate con rubinetteria completa di separatore centrale (manifold)
(6)  6. indica sempre una miscela di trimix, dove il primo numero indica la percentuale di ossigeno, mentre il secondo quella dell'elio - il restante è azoto
(7)  7. la marca e il nome del fabbricante della mia centralina, con la quale preparo le miscele trimix e nitrox
 
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