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Mante e mobule tra sharkfinning e turismo subacqueo
  
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  Mante e mobule
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A Sharm c’è un punto d’immersione che si chiama ancora White Knight. Si chiama ancora così, dopo la costruzione del Savoy Hotel. A White Night il reef costiero non è molto largo, cade subito a pochi metri dalla riva. a quattro, cinque metri di profondità c’è una stretta lingua di sabbia e poi inizia una scarpata. C’è una bella cupola corallina, tra la lingua di sabbia e la scarpata, sormontato da una gigantesca turbinaria che vedi dalla barca, a circa otto metri, ed un canyon che scende giù da nove metri fino a trentanove. E’ questo è il luogo che chiamano Cavaliere Bianco.

Ancora non so perché lo battezzarono così, quel punto d’immersione, ma mi piace pensare che l’abbiano fatto per via delle mante, che lì ogni tanto s’incontrano. Una, al massimo due e solo con una buona dose di fortuna; niente a che vedere con le visioni gloriose di Hanifaru Bay, alle Maldive, dove puoi vederne anche cinquanta in una volta. Ma è stato a White Knight che vidi per la prima volta una Manta birostris. Non puoi dimenticarlo mai il primo incontro con una manta. Né scordare i successivi, per esempio quando loro, le mante, volano sopra di te. A volte ne percepisci l’ombra, a volte è solo puro istinto, poi scorgi il ventre bianchissimo, le branchie, i rostri abbassati per convogliare il plancton nella bocca enorme.  E’ una bocca senza denti, quella di mante e mobule, una bocca che ingurgita plancton e krill, e quando è spalancata sembra la presa d’aria di un jet.  Le basta un minimo battito d’ali e lei è già lontana, a planare in linea retta lungo la sua invisibile pista di plancton. Si dice che siano intelligenti, le mante, perché sono i pesci con il miglior rapporto cervello/massa corporea. Ma la prova migliore della loro evoluzione e della loro intelligenza è l’atteggiamento: alle mante giocare piace un casino.

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A guardarle pensi che solo gli squali possano ritenerle interessanti come cibo. Invece non va così. Malgrado esistano sforzi immensi di protezione, le mante vengono pescate per le loro branchie. Si tratta dello stesso ‘giro’ di quelli che uccidono gli squali per le strappar loro le pinne. C’è di mezzo il peggior nemico del mare e non solo. E’ il nemico peggiore perché è un nemico ottuso: la medicina tradizionale cinese. Questa medicina che sembra fare effetto solo se si massacrano specie rare o in estinzione e, come con le pinne di squalo, non è tutto l’animale ad essere venduto per essere consumato, ma solo una sua piccola parte. Nel caso delle mante la medicina tradizionale cinese ha deciso che a questi splendidi animali vanno strappate le branchie. Da Zanzibar a Sri Lanka, dall’Indonesia alle Filippine, enormi cataste di mante e mobule ammassate sulle banchine di piccoli e grandi porti commerciali non sono più uno spettacolo raro, così mi dicono da più parti dell’Oceano. Una volta la manta nella rete era una sorpresa poco gradita ai pescatori, per loro fortuna mante e mobule tendono a rompere le reti. Oggi però il vento è cambiato: per 150 dollari al chilo, le branchie essiccate di una manta valgono qualche riparazione in più alle reti.

Il bando dello shark finning da parte di tantissime nazioni, in più le decisioni del CITES del 2013 di includere gli squali martello, le vittime predestinate del finning, nella lista delle specie OUT, ha dato una stretta di vite all’ignobile commercio internazionale delle pinne di squalo. Ma la medicina tradizionale cinese ed il suo indotto, un indotto ormai abituato a lavorare meno ma con profitti poco più alti , profitti sempre nell’ordine di una miseria, non si fermano. La medicina tradizionale cinese e chi per foraggiarla uccide mante e squali devono continuare con i loro assurdi traffici.

“Non occorre essere dei geni per capire che questo non è sostenibile.” Afferma Daniel Fernando, ricercatore e subacqueo di Manta Trust in Sri Lanka. “Il loro lento ciclo vitale le espone al rischio d’estinzione più di altre specie.” Le mante partoriscono pochi piccoli per volta ed in un ciclo di fertilità e di gestazione molto lento. Come gli squali, le mante da simbolo e testimone di acque pulite, di vita planctonica rigogliosa, divengono le prime vittime dell’antropizzazione dei mari. Quasi estinte nell’eutrofico Mediterraneo, gli avvistamenti numerosi avvengono nelle acque tropicali e subtropicali degli oceani. Veri e propri santuari per le mante, come Manta Reef in Mozambico e Hanifaru Bay alle Maldive, sono stati creati a loro protezione, ma non basterà. Il giro d’affari delle branchie di manta o mobula è stato valutato intorno agli 11 milioni di dollari. Un giro enorme. Eppure ci vorrebbe poco a stroncarlo, sostituendolo con una industria più sana e portatrice di un indotto più vasto, più sensibile, più ricco, più sostenibile.

“Il turismo subacqueo genera un introito di gran lunga più alto e più di qualità della pesca a queste specie marine.” Non è certo la prima volta che noi subacquei sentiamo questo discorso: in Mar Rosso nel 2003 l’Ente per il Turismo Egiziano era arrivato a stimare che ogni singolo squalo rendeva all’industria del turismo almeno 3000 dollari. Ecco che ancora una volta l’industria subacquea s’affaccia all’orizzonte di una specie come la sua possibilità di salvezza. Purtroppo, anche se tra i subacquei la percentuale delle persone sensibili alle questioni ambientali è molto alta, in generale i numeri della subacquea, se visti come percentuale decisionale (voti) saranno sempre insufficienti a far fronte all’emergenza Oceani.

Certo, anche il turismo va regolamentato: a Bora Bora, Polinesia Francese, folle di snorkelisti e flotte rumorose hanno costretto una intera colonia di mante a sloggiare, a trasferirsi altrove. Ma non c’è motivo di sostenere, neanche nel caso di Bora Bora, la loro uccisione. Probabilmente passeranno altri dieci anni prima che il CITES riesca a bannare dal commercio mondiale anche mante e mobule. Probabilmente avverrà troppo tardi, solo perché gli unici ad amarle davvero siamo noi subacquei. Malgrado la loro mole questi giganti del mare sono creature fragili. Per rendersene conto basta vederle nuotare intorno, come quando ne incontrai due, in meno di dieci metri d’acqua, a White Knight. L’idea che mi trasmisero allora rispecchia il loro status nella lotta per la sopravvivenza su questo pianeta: tantissima grazia ed agilità, ma forza… quasi per niente.


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