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  La città delle mante - Seconda puntata
La città delle mante

L’aria sul pontile era calda e immobile e le luci delle navi da crociera all’ancora si riflettevano nella baia senza neanche un tremolio. All’interno dell’Hogstye Pub i condizionatori lavoravano sodo per garantire appena un’aria respirabile: la gente continuava ad entrare ed uscire con i bicchieri in mano e c’era la solita ressa da happy hour che premeva verso il bancone. Verso le dieci la ressa avrebbe iniziato a premere verso il cesso. Cercai nel carnaio la mora incontrata al negozio. Non c’era, forse era fuggita alla vista di tutti quegli istruttori sub attirati dalla birra a metà prezzo come il sangue vivo attira gli zombie. Trovai però Mike e Peter. Peter seguiva Mike ovunque nel mondo da venti anni, era come se Peter potesse lavorare solo con Mike a capo e sembrava che Mike non potesse andare da nessuna parte senza portarsi dietro quel matto di Peter. Mike era il supermanager e quando beveva faceva finta di darsi un contegno, Peter beveva e basta, ma tra una pinta e l'altra dispensava perle di saggezza. Nessuno dei due poteva perdersi un happy hour.
“E’ pieno stasera!” dissi guadagnando uno spazietto al bancone per me tra Mike e Peter.
“Si vede che hanno problemi in casa” osservò Mike buttando giù il fondo schiumoso di una pinta di Guinnes.
“Forse la vita è cara, gli stipendi bassi e l’happy hour, con una montagna di snack gratis e birra a metà prezzo fa gola” dissi io.
“Naa… spendono di più! I gestori lo sanno che dopo la seconda birra e gli snacks salati a profusione chiunque va dritto per la quinta, la sesta, l'ottava...” disse Mike.
“Si lamentano tutti degli scarafaggi in casa, sarà per quello” osservò Peter sghignazzando.
“Per forza, son tutte case di legno, di cartongesso, piene di intercapedini!”
“A casa mia gli scarafaggi non ci sono” disse Peter, “e sai perché? A casa mia non c’è cibo. Solo casse di birra!”
Mike scosse la testa e rise come dovrebbe ridere un manager della battuta di un suo subalterno, poi ordinò quattro pinte di Guinnes.
“Mike, siamo in tre” dissi.
“Peter ne merita due per quello che ha appena detto.”
“Lo dice sempre.”
“E io ogni volta che lo dice gli offro da bere. Piuttosto vorrei sapere che cosa è successo stamane con quello che vuole i soldi indietro, quello delle mante.”
“Dice che vuole indietro i soldi del viaggio, dell’albergo, perché lui è arrivato fin qui per vedere delle mante e invece non ne ha vista neanche una, e noi che abbiamo messo le mante sulla brochure…”
“Non me lo dire, questa faccenda fa incazzare anche me!” m'interruppe Mike.
“Ah! E... perché?”
Peter prese in consegna le quattro pinte dal barman e ne piazzò due davanti a me e Mike. Poi gettò degli spiccioli nella buca delle mance. Lo imitai automaticamente.
“Perché noi avevamo mandato delle foto di razze, stingray! Hai presente Stingray City?”
E certo che ce l’avevo presente, rendeva più quel circo di povere razze addomesticate di tutta l’industria subacquea messa insieme! Stingray City era un sandbar, una specie di secca in mezzo alla laguna di North Sound, lì audacissimi istruttori subacquei si gettavano a foraggiare con calamaretti scongelati delle povere bestie ormai ridotte all’elemosina per il ‘thrill’ di interminabili folle di sub e di snorkelisti.
“Sì, ce l’ho ben presente” dissi.
“Ecco, quel deficiente del pubblicitario ha deciso che le foto che noi gli avevamo mandato sulle razze non erano così di buona qualità, né affascinanti come le foto delle mante che lui ha comprato, mettendocele ovviamente sul conto! Ed il nostro nuovo direttore del marketing, lo ha addirittura spalleggiato!”
“Quindi, c'è stato un errore!”
“Sì, un sacco di gente non conosce la differenza tra razze e mante! E tra questi ci sono sicuramente i pubblicitari, i direttori del marketing e, speriamo, gli avvocati.”
“Gli avvocati non conoscono la differenza tra un’alga e una pianta” disse Peter. Restai zitto perché non la sapevo neanche io.
“La differenza sta nel rizoma, le piante hanno radici le alghe…”
“Ti si scalda la birra, Peter!” disse Mike cercando di farlo tacere.
“Sono mezzo inglese, non m’importa se si scalda” rispose Peter mostrando il dente d’oro.
“Come ti è sembrato, il tipo?” domandò Mike piantandomi gli occhi in faccia.
“Incazzato, molto incazzato, andrà fino in fondo. Mike, devo farti una domanda.”
“Fai pure” e buttò giù un po’ di schiuma e liquido scuro, poi mi piantò di nuovo gli occhi in faccia. Era ancora lucido.
“Ma è davvero conveniente il piano B?”

Mike strinse in pugno il bicchiere a forma di campana rovesciata e cercò sguardo e voce risoluti, da vero capo. Trovò l'ispirazione giusta fissando la maglia degli All Blacks appesa al muro.
“Lo scopo del piano B” iniziò Mike, “non è far cambiare idea al cliente su di noi, ma far cambiare idea al cliente sul suo avvocato. A noi una telefonata a New York o in Texas o nel Minnesota costa pochissimi centesimi al minuto. Difficilmente uno studio di avvocati ti tiene al telefono per più di un’ora, canzoncine comprese intendo, ma nel frattempo lo teniamo occupato e lontano dagli altri clienti.”
“E se dovesse vincere la causa?” domandai, “in quel caso noi l’avremmo addirittura favorito!”
“Sei proprio italiano!” sghignazzò Peter mentre attaccava la seconda pinta.
“Cosa vuoi dire?”
“Tu sul mio conto il tuo avvocato non lo chiami! Capito? Sei chiacchiere e distintivi!” disse Peter agitando un dito in aria ed imitando la voce di De Niro.
“Lascialo stare, Peter, dacci un taglio” disse Mike. Poi guardò me:
“Quanto tempo è stato al telefono?”
“Non più di mezz’ora.”
“E quanto hai incassato nel frattempo?”
“Beh, non so… però c’era gente. Facciamo mille dollari?”
Mike annuì con soddisfazione, come se l’avesse inventato lui, il piano B.

Fine della seconda puntata.


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