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Biodiversita' Pterois volitans pesce leone lionfish di Manao
  
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Lion Fish

Si fa un gran parlare, ultimamente, di specie aliene, di terribili invasori. Non è solo retaggio di tutte le paure che hanno orbitato, e ancora orbitano, intorno al 2012 ed alle presunte profezie: gli alieni sono tra noi, si sono trasferiti qui e se ti accorgi che ci sono è già troppo tardi. Uno di questi è lo scoiattolo grigio, che dal Nord America s’è trasferito nelle nostre zone strappando interi areali al suo naturale inquilino: lo scoiattolo rosso. No, non è venuto né a nuoto né a bordo di un’astronave; come con i conigli in Australia, lo scoiattolo grigio è venuto a stare da noi invitato ufficialmente da qualche genio della nostra specie.

 
Le specie marine, invece, sembrano comportarsi da clandestine. Si dice che si nascondano nelle stive. Di certo i molluschi arrivano attaccati alle chiglie, mentre barracuda, alghe e pesci balestra possono farcela da soli dal Mar Rosso al Mediterraneo, attraverso il canale di Suez. Immagino il primo barracuda che, una volta affacciatosi a Port Said, si accorge che la temperatura del Mediterraneo non è così malvagia come gliel’avevano descritta i bisnonni e decide di mettere su famiglia. Spero non vi venga in mente di dire, come farebbero volentieri alcune facce di tolla negazioniste, che il surriscaldamento del Mediterraneo è colpa del canale di Suez. Il quadro dell’invasione del Mediterraneo è un quadro complesso, fitto di elementi: c’è un canale artificiale che mette in contatto Atlantico e Indopacifico - due regioni biogeografiche oceaniche che altrimenti si sarebbe ignorate per un altro mezzo miliardo di anni - ci sono i mezzi di trasporto, c’è un mare che si sta scaldando e sta cambiando faccia e habitat. Non è colpa di Dio, non è un piano di Satana, non è neanche destino e non è nell’ordine naturale delle cose: siamo stati noi.

 
Tutto mi sarei aspettato, però tranne che trovare uno Pterois volitans in Florida. Lo incontro in un diving di Key Largo: il pesce leone è in una vasca d’acquario. M’insospettisco subito. I sub in genere non amano gli acquari: alle vasche ronzanti coi pesci in prigionia preferiscono quella vasca più grande che è il mare, dove tutti son liberi. E poi abbiamo bisogno di scuse per viaggiare, come me che sono lì, col mio brevetto in mano in quel diving shop di legno bianco solo perché avevo voglia di sguazzare a Molasses Reef. Tra i due acquari, quello più grande e quello più piccolo, c’erano migliaia di miglia di distanza. Ma su quello più piccolo leggo che c’è addirittura un ‘corso’ subacqueo. ‘Specialità Lionfish’
“Ho letto bene? Fate corsi di specialità sui Pesci Leone?”
“Sì, 179 dollari, attrezzatura esclusa.” dice Michelle, la nostra guida.
“E… dove le fate le immersioni, di grazia, nell’acquario?”
“Uh? Nooo! Ce ne sono a bizzeffe qui, la loro presenza è terribilmente infestante. Nei nostri corsi, insieme a nozioni di biologia, insegniamo come catturarli senza farci pungere. Quest’esemplare è vivo anche per scopi didattici. Detesto gli acquari, ma qui s’è anche creata una situazione divertente: gli abbiamo messo un gamberetto in vasca per nutrirlo, ma ora il gambero è cresciuto talmente che è il pesce leone a rischiare di diventare il pranzo di qualcun altro... esattamente il contrario di quello che succede in mare aperto.”Penso alle correnti fredde e impetuose  di capo Horn e Capo di Buona Speranza, alla corrente in entrata nel Mediterraneo, tutti sbarramenti naturali insormontabili per questa specie così goffa, lenta e poco idrodinamica, una specie stanziale con tendenze davvero pantofolaie.
“E come diavolo ci sono finiti in Florida?”
Michelle scuote la testa e mi cita leggende metropolitane sulla rottura di una grande vasca durante l’uragano, altre sulla possibilità che da alcuni acquari ci sia stata dispersione di uova in mare. Molto più probabilmente, sostengono i ricercatori, i pesci leone sono arrivati all’interno delle stive di grosse navi allagate con acqua di zavorra. Anche perché al momento attuale sembra che non abbiano scoperto un vero e proprio epicentro dell’infestazione.
E’ come se si fossero materializzati da qui ai Caraibi tutti insieme. Dice lei. Ovviamente, conoscendo l’atteggiamento spesso maniacale degli americani riguardo alla sicurezza, ho una perplessità. In fondo non è una specie così pericolosa, le punture da pesce leone sono sostanzialmente rare e quelle con gravi conseguenze sono ancora più rare.
“Li catturate perché sono pericolosi?” le domando.
“No, assolutamente no. Il problema primario è che stanno distruggendo la fauna locale con ritmi devastanti e si riproducono esponenzialmente. Non hanno nemici naturali, qui.”

La portata del disastro la forniscono i dati. Il pesce leone può riprodursi anche tre volte al mese con un tasso di crescita stimato nella zona infestata del 700% l’anno, mentre la diminuzione stimata della biodiversità, a causa della sua presenza lungo la fascia dei Caraibi, potrebbe raggiungere l’80% nei prossimi anni. Ma pensa te, lo Pterois.

Noi al di qua di quell’oceano impariamo a conoscerlo bene nelle notturne a sud est: è un pesce aggressivo, vorace e territoriale, che non si fa intimidire. In Mar Rosso lui si nutre di avannotti e di specie così piccole da rientrare nello zooplancton, ma la sua utilità per il reef si spinge ben oltre: è infatti di grande aiuto anche nel tenere sotto controllo l’assetto dei subacquei. Questo nell’Indopacifico, in un’area biogeografica dove l’alga marina in genere non costituisce un problema. Nell’Atlantico occidentale, invece, a fare le spese della sua voracità sono anche i piccoli pesci che regolano la crescita delle alghe sul reef, sbilanciando a favore dell’alga il delicato equilibrio tra coralli e specie vegetali nella regione, mai messo così a dura prova dagli eventi come negli ultimi anni. A guardare Molasses reef, con i suoi ventagli di mare color indaco, i banchi di grugnitori che ondeggiano alla risacca, le spugne vivide ed i coralli frusta rivestiti di una tenera peluria, si capisce che la zona non è stata toccata dal disastro della Deepwater Horizon. Il reef non sembra d’essere dov’è, in equilibrio su un capello sottile, dove tutto spinge al disastro, dove tutto sta per crollare.

Intanto leggo che non c’è reef intorno alla Florida, né isoletta sperduta dei Caraibi, dove lo Pterois non si sia installato molto comodamente, ma a discapito totale di circa l’80% delle altre specie ed a favore soltanto dell’alga. Alla NOAA pensano che l’unico obiettivo plausibile sia quello di contenere la specie: ormai è impensabile riuscire ad estirparla. Gli sforzi si sono concentrati sull’analisi del DNA degli esemplari catturati, per cercare di tracciare, attraverso lo studio delle parentele ed il luogo di ritrovamento, il percorso della loro diffusione e capire quali mezzi adottare affinché l’invasione non si ripeta più, lì come in altri mari del mondo. Magari con un’altra specie. Ma l’ipotesi dell’acqua di zavorra all’interno delle navi provenienti dall’Indopacifico è quella che tiene di più: allo stato attuale i ricercatori che hanno esaminato il DNA non hanno trovato similarità tali tra i campioni da sospettare l’esistenza di ‘focolai’ d’infestazione, escludendo qundi l’eventualità che l’invasione sia avvenuta per la liberazione in mare di uova o altro materiale biologico, di larve ed esemplari di Pterois dagli acquari.


D’altronde neanche i conigli, quelle morbide creature che causarono uno dei più gravi dissesti ecologici in Australia, furono associati a un male. Tanto che il loro trasporto dall’Europa fu intenzionale. Altri santuari marini, come la Florida e le Isole Cayman, hanno autorizzato i subacquei alla cattura e all’uccisione degli alieni. “E dopo averli catturati, cosa ne fate?” domando. “We eat them!” Li mangiamo. Poi mi indica gli scaffali del diving… e lo noto immediatamente.
The Lionfish Cookbok: con sedici dollari e novantacinque ti porti a casa un bel libro di ricette: pesce leone alla griglia, alla Tailandese con lemongrass, risotto, spiedini e zuppa. Edito da reef.org, una NGO. Il lato buono del disastro. E’ una cosa molto americana. “Houston, abbiamo un problema!” e loro ci fanno un gran film di successo.

 

Cronaca di una invasione aliena.
Difficile, per un sub, pensar male di uno Pterois volitans, o dei suoi parenti, ma leggete qui sotto cosa sta succedendo.
I numeri vengono da USGS Non Indigenous Acquatic Species, US Geological Survey.

Costa Atlantica degli USA: insediamenti di pesci leone da Miami al North Carolina,dal 2002.
Nelle Florida Keys dal 2009.
Golfo del Messico: la prima presenza di pesce leone confermata nel 2009.  Avvistamenti sempre più frequenti intorno a reef artificiali, moli installazioni varie,  incluse piattaforme petrolifere.
Bermuda, Bahamas, Turks and Caicos e Isole Cayman:pesci leone numerosi in Bermuda già nel 2004, si stabiliscono alle Bahamas dal 2005, a Turks and Caicos dal 2008 alle Cayman nel 2009.
Grandi Antille: presente stabilmente nelle acque circostanti tutte le isole (Cuba [2007], Jamaica [2008], Hispañola [Haiti eRepubblica Dominicana; 2008] e Puerto Rico [2009]).
Piccole Antille: presenza di pesci leone confermata intorno a tutte le isole sopravvento, tutte le isole sottovento.
Costa caraibica messicana, America Centrale e Meridionale:pesci leone insediatidal Messico al Venezuela (Messico [2009], Belize [2009], Honduras [2009], Nicaragua [2010], Costa Rica [2009], Panamá [2009], Colombia [2010], Venezuela [2010]).

 

Lo Pterois volitans su AlertDiverOnline, la rivista del DAN

 

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