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  Mare di plastica

Mare di plastica - Maldive 2008

Normalmente, quando pensiamo ai milioni di tonnellate di immondizie (soprattutto plastica) che finiscono in mare, la maggior parte di noi esseri umani pensa alle spiagge deturpate, prendendo le spiagge pulite come metro di paragone per giudicare il livello d’inquinamento di una regione o di un mare intero. In realtà non esiste una spiaggia al mondo immune dalla immondizie da depositi di plastica.
Se avete il privilegio di posare i vostri occhi o le vostre membra su una spiaggia intatta è solo perché qualcuno s’è preso la briga di pulirla. Magari quelli dei resort della zona. Nella cruda realtà del nostro mondo sono proprio le spiagge disabitate ad essersi trasformate in gigantesche discariche. E le vittime non sono solo le spiagge, perché la maledetta plastica non è inerte. Questo è un altro luogo comune. Molti s’adagiano sul fatto che tante cose, essendo inerti, alla fine saranno brutte da vedere, ma non interagiscono-interferiscono, con l’ambiente.

A Midway, per esempio, negli stomaci di centinaia di uccelli marini sono stati trovati accendini, penne e altri detriti di plastica. Parliamo, ovviamente, di stomaci di uccelli marini morti, sui quali i ricercato hanno effettuato esami autoptici.

Tanto peggio quando l’allarme parte studiando pesci vivi, come quelli che vengono pescati per essere destinati al consumo alimentare umano, sempre più spesso avvelenati o soffocati da microplastica. Si tratta di particole che si formano dalla degradazione e dallo sminuzzamento della plastica nell’ambiente marino.

Sorpresa: la plastica non è inerte. Si sminuzza, cambia composizione e stato e, se esposta agli ultravioletti, produce molto volentieri diossina. Non solo: avvelena e toglie luce al caro, indispensabile e amatissimo fitoplancton, il minuscolo tessitore della vita sul nostro pianeta. Senza quegli esserini lì non ci sarebbe l’ossigeno, né vita animale in mare.

A qualche centinaia di miglia a nord-est delle Grandi Antille c’è il Mar dei Sargassi. E’ un mare fatto di alghe che già dall’epoca di Colombo veniva descritto come una immensa prateria. Secondo la NOAA si estende per circa 3000km da est a ovest e per 1000 circa da nord a sud. La specie d’alga che dà il nome al mare prolifera in superficie quasi indisturbata da venti e da correnti  proprio lì perché quello è il bel mezzo di un vortice. Né occhi né satelliti non sono in grado di scrutare sotto quel tappeto d’alga, ma appare abbastanza plausibile che lì si annidi parecchia plastica. Nel centro del Pacifico c’è un altro vortice, ancora più grande che si chiama ‘Vortice Subtropicale del Nord Pacifico.’ Al centro di quel vortice c’è un’isola galleggiante che però non è fatta di alghe. Qualcuno l’ha chiamata l’Isola della plastica, ma il suo nome scientifico mette ancora più paura: è il ‘Great Pacific Garbage Patch’ ovvero la Grande Chiazza di Immondizie del Pacifico. Sostiene la NOAA che è difficile stimarne le dimensioni con i satelliti. Secondo Green Peace la sua superficie è almeno quella dello stato del Texas. C’è da crederci.
La faccenda ha iniziato a preoccupare anche le Nazioni Unite. I governi mondiali stanno muovendo dei passi importanti per evitare la catastrofe.
Ma leggi e investimenti da soli non serviranno a molto.

Il mercato: è pronto a offrirci prodotti e packaging con un impatto ambientale minore?
Noi: siamo disposti a cambiare abitudini eliminando la plastica? Siamo capaci di far cambiare rotta al mercato sul packaging e sull’usa e getta?
La qualità del futuro che ci attende è tutta nella risposta a queste domande. La risposta è una sola. Non c’è bisogno di suggerire, vero?

Claudio Di Manao 



Video di Fred "La Crampa" Di Girolamo
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